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fonte: Istituto Luce
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Vai a vedere "I cento passi". Magari bisogna andarlo a cercare in un cinema fuorimano (ma poi vincerà l'Oscar e allora ce lo propineranno da tutte le parti), però vale il viaggio. Si entra con quella speciale rassegnazione al dovere civile che ci viene in testa ogni volta che si va a vedere un film sulla mafia: ok, bisogna farlo, ma veramente avevamo voglia di ridere, e poi si va al cinema per distrarsi, no? Ma alla fine si esce con il cuore largo e l'emozione addosso e ci vengono in mente le cose che avremmo voluto fare e non abbiamo fatto e la sensazione, precisa, di affacciarsi sul mondo da padroni, ma con la paura che vibra, sotto, come una corrente elettrica (sensazione esatta della giovinezza), e il modo di ridere che c'è solo con gli amici, quelli che poi li rivedi a trent'anni e dici "ciao, come stai?", troppo in fretta, perché sei cambiato ma non ti va di accorgertene, credevi di non cambiare mai. E ti resta in testa, ma scritto sul cuore, quel fratello, il fratello "bravo", che dice al fratello ribelle, incoronato dalla gloria della ribellione, "anch'io, sai, volevo fare come te, ma non potevo, non potevamo farlo tutti e due" e si picchiano, e piangono e rotolano per terra, in quella camera di ragazzo, con i poster appesi alle pareti, che sembra la tua; e ti viene da piangere e non ti frega niente che si veda.
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