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fonte: Mondadori
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Nelle fotografie che la ritraggono, Virginia Woolf ha il viso corrucciato, i lunghi capelli ingrigiti troppo presto e stretti sulla nuca in un nodo che assomiglia alla sua vita. E si capisce, proprio si sente, che finirà come non dovrebbe finire, che in fondo, troppo presto, ci sarà un biglietto scritto a un marito trepido e affettuoso e gentile, che poi non saprà darsene pace, lasciato sul ripiano lucido di una scrivania ordinatissima, accanto al romanzo che non è ancora finito; e poi una pietra, legata al collo come una collana; e poi l'acqua nera di un piccolo fiume cattivo di campagna.
Eppure la gioia e la pura perfetta sensazione di essere dentro il mondo assecondando la sua armonia, in pochi libri le senti, le respiri, le tocchi come ne "La signora Dalloway", ed è Virginia che l'ha scritto.
Come se lo scrittore potesse raccontare tutto, anche quello che non conosce, come se quello che racconta uscisse da qualche luogo che non gli appartiene e lo scrittore fosse il tramite, soltanto.
Comincia così: "La signora Dalloway disse che i fiori li avrebbe comperati lei". E con quei fiori da comprare comincia una giornata in cui ogni minuscola, infinitesima sensazione, ogni pensiero, ogni ricordo, hanno uno spazio, un tempo, un momento. E leggere è come andare a scuola: a scuola per godere la vita ogni secondo, nelle sue meravigliose quiete piccolezze; a scuola per percepire e vedere e sentire e toccare, invece di correre, sempre, comunque, e poi arrivare senza aver fatto il viaggio.
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