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fonte: Tributo a Marilyn Monroe
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"Blonde", di Joyce Carol Oates. Ho visto una foto di Oates. Era in piedi,
davanti alla riproduzione gigantesca di un primo piano smagliante e abbacinante
e bello in un modo devastante di Marilyn Monroe. Sembrava molto piccola,
molto magra, uno scricciolo; e era brutta. Una faccia lunga e pallida,
capelli diritti e radi e spenti, occhiali troppo grandi, un golfino triste.
E mi è venuto in mente che è proprio per questo che il suo
libro è così bello, così bello che non si può
far a meno di leggerlo, appena si è cominciato a scorrere le prime
righe. Un libro che non è un romanzo, è pura, perfetta telepatia,
è un libro che ti fa diventare Marilyn, essere Marilyn, dall'inizio
alla fine, sentire, parlare, vedere, come Marilyn.
Ed è così triste, quella vita che è toccata a
Norma Jean, quella vita così impossibile da vivere, come un cerbiatto
tra i lupi. Quella vita che, anche a lei, sembrava un film e non sapeva
se era sicura di saperci recitare. E allora, quando va a trovare il suo
Presidente, e crede che l'ami, lascia che le due guardie cattive che dicono
di essere agenti dell'FBI, ma sono le guardie cattivissime della strega
del Vento, la umilino e la sbattano di qua e di là e la chiamino,
tra loro, "la puttana del Presidente"; e poi, anche lui la tratta da puttana,
ma lei non si permette di accorgersene. E se ne va, raccogliendo le scarpe
e la collana che lui le ha strappato e i chicchi di perle finte sono andati
a finire dappertutto, nella camera che bisogna sgombrare, ora, subito,
adesso; e lei si china e li cerca e invece la trascinano via, a strattoni,
a calci, anche. E, in macchina, seduta tra le guardie come un ostaggio,
lei si racconta che il Presidente non sa niente, di come la trattano, che
li punirà, quando lei glielo racconterà. E sorride, le fa
male sorridere, perché ha il viso pieno di lividi.
"Blonde" è così bello perché Oates è diventata
Marilyn.
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