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fonte: Capogrossi
fondazionebandera.it
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Un quadro sono parole. Parole che escono dalla tela e ti attraversano e ti riempiono e capisci che sono parole che avevi dentro da un sacco di tempo, ma non lo sapevi e ti serviva riceverle per ritrovarle.
C'ñ una mostra, non grande, in un posto vicino a Milano. Il posto ñ una fondazione, la Fondazione Bandera, il luogo ñ Busto Arsizio; i quadri sono di Capogrossi.
Sono ingranaggi: rossi, gialli, neri. Si muovono dentro la tela, girano, rotolano, si attaccano, si separano; e vibra dentro il quadro una energia che ti si appiccica addosso come un vestito, come una pelle; una energia che ti carica e poi sprizza fuori da te e si riverbera intorno e ti senti dentro alle cose e pronta e aperta e viva e certa e sicura, non sai bene di cosa, magari di tutto, per un momento: il momento che sei davanti a quel quadro.
Capogrossi, che ñ morto quasi trent'anni fa, guarda dalla foto che ñ sul catalogo con una consapevolezza triste, affaticato. Ha, al collo, una sciarpa grossa, lavorata a maglia, da pattinatore delle figurine; forse l'ha fatta per lui una donna, di quelle donne un po' psicoanaliste e un po' infermiere che ci sono sempre, da qualche parte, nella vita degli artisti: e il nome si legge in un trafiletto breve, nei libri che li riguardano.
"Quella che mi intristisce di piá ñ la banale domanda, fatta con tono di compatimento: 'Ma seguiti sempre a lavorare con la solita forchettaÙ' A ciascun giorno il suo affanno: un muro ñ composto di mattoni e bisogna andare al lavoro con sulle spalle il mattone di quel giorno e non il muro. Un monumento alla pazienza." Lo ha scritto Capogrossi nel '68. E come al solito quello che i quadri raccontano non corrisponde mai a quello che l'artista credeva di dire: perchÌ il quadro parla da solo, vive per sÌ e diventa quello che gli pare, proprio perchÌ ñ il quadro di un grande artista.
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I quadri funzionano anche se sono chiusi nei libri, o nel tuo PC.
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