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Jack Pierson è un artista americano con una bella faccia incerta
tra massacro e bontà, un maglione giallo e una gran pazienza.
L'ho conosciuto dal mio amico Davide Faccioli, che, con l'aria svagata
di uno che lavora con garbo su cose che proprio lo appassionano, è
diventato, a Milano, con la sua galleria Photology, a Bologna, dove ha
messo in piedi una specie di museo, e anche a Roma, dove ha appena collaborato
a una mostra di Giacomelli, una specie di crocevia vivente di artisti fotografi
e fotografi artisti; che vende più che bene.
Pierson fotografa giovanotti urlanti, bei ragazzi nudi e come sorpresi
di esserlo, le nervature di una foglia di palma, la rete di foglie gialle
e rosse di un faggio d'autunno. E poi fa una cosa stranissima: scrive con
i materiali più vari, sul muro, lettera per lettera, delle parole.
"Stay". "Desire". "Roses". "Blood". "Sorrow". "Paradise". Le lettere sono
scompagnate, alcune più grandi, altre piccole. Sono azzurre, oppure
rosse, oppure rosa. E stanno lì, ferme.
Tu le guardi.
In fondo, sono lettere appese a un muro. Parole banali. Eppure...
Eppure, quelle parole, diventate come sono, ti lavorano dentro. Le
senti risuonare dentro di te, come un diapason musicale. Aprono porte che
credevi chiuse, ti raccontano una storia che non pensavi di sapere, e che
ti riguarda. Viaggi dentro quelle parole. Ti ci perdi.
Poi Jack ti batte sulla spalla, con un sorriso strano.
"Do you like it?" Ti piace?
Non lo so, Jack. Però, adesso che sono stata per un po' qui,
davanti a queste parole scritte sul muro e poi fotografate e poi diventate
qualcosa che non si capisce come funziona, ma è esattamente come
un cacciavite che ti apre il cervello e il cuore, non me ne vorrei più
andare.
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