Le prime pagine
Maria
Cammina dentro il riflesso cangiante delle vetrine, nella luce di vetro che scontorna le facce, le disintegra come una esplosione di gas, e diventa anche lei una faccia esplosa, disintegrata in milioni di distinte particelle aguzze, impossibili da ricongiungere.
È la Quinta Avenue. È New York. È la copia esatta di esatte e nitide giornate di primo autunno, giornate che si affollano intorno all'Estate Indiana cercando di scaldarsi, sotto gli alberi del parco che di colpo invade la strada e la spenge dentro marciapiedi senza luci, solo alberghi assediati da palizzate e impalcature e cartelli sindacali, alberghi morti che diventeranno condomini di lusso.
Cammina, è un guscio vuoto, è solo la corazza che la protegge dal mondo. Questa folla la ripara. Lei vi si addentra come nel folto di un bosco, prova la sensazione precisa di quando la condussero, per la prima volta, in una vera foresta europea, nell'Alta Austria. Lo smarrimento. L'incombere pauroso degli alberi enormi, torri nere schierate a tener fuori il sole. I piccoli scarponi Meindl lasciano sull'onda del muschio una traccia impalpabile, il visino è contratto nello sforzo di seguire il passo della signorina Davies. Sotto le sue scarpe pesanti la terra si rattrappisce, scappa. Lei vorrebbe essere terra, granellini che rotolano via. Invece è una bambina, avrà sei anni, indossa pantaloni di pelle e una giacchina con bottoni d'osso. Dal piccolo viso terreo i capelli sono tirati stretti, la coda le penzola sulla schiena curva nello sforzo di farsi terra, di rientrare lei non sa dove: dentro. Ha un fermacapelli di cuoio rosso con alcune piccole mucche d'oro che si rincorrono senza trovarsi. Ha il naso che gocciola, perch´ deve essere agosto, sì: agosto, e dunque fa freddo in questa mezza montagna, dove non sa perch´ l'hanno portata, n´ quanto ce la terranno. Lei non chiede mai nulla, ha imparato che la sua vita è una cosa che riguarda esclusivamente la signorina Davies.
La signorina Davies si prende cura di lei. La fa mangiare, a dire la verità: la costringe a mangiare. Tutto. Tutte le cose repellenti e gelatinose che ingombrano il piatto che le viene messo davanti, schifosi cespugli di capelli verdastri che la signorina chiama "broccoli", e pezzi di carne che cola via sangue, già tagliati nella misura della sua bocca. La signorina Davies la mette a letto, ogni sera, alla stessa ora, lei può calcolarla con precisione, perch´ è quando le monta dentro lo stomaco un'onda di panico, quando nella gola salgono ciuffi di cotone. La signorina Davies spenge la luce. Oh, la spenge, implacabilmente. La spenge anche se lei, Maria, ha chiesto molte volte se fosse possibile lasciarla accesa, non tanto, solo un po', quel poco che serve a addormentare la paura, a cacciare dalla camera bianca e rosa tutti gli animali cattivi che si nascondono negli angoli e sotto il letto e dietro le tende e alcuni, lei li ha visti, lei sì, Maria, alcuni sono così grossi che ti mangiano in un boccone e hanno denti che brillano nel buio.
A occhi serrati, con la testa sotto il cuscino, il viso schiacciato contro il lenzuolo, lei, sì lei, Maria, ogni notte può sentire il respiro immenso di questi animali orribili, è una caverna che la ingoierebbe, se lei non si tenesse abbarbicata al letto, le manine strette al materasso, perch´ non la portino via.
Davanti a lei, verso di lei, una donna con un abito blu senza maniche, mocassini di Gucci e un minuscolo Yorkshire legato a un guinzaglio d'argento, solleva la testa come se annusasse il profumo delle vetrine di Van Cleef, socchiude gli occhi (porta grandi occhiali con lenti che cambiano il colore delle cose e le rendono azzurre, chissà se il mondo azzurro potrebbe essere più accettabile, più confacente) ed ecco, è a mezzo metro da lei, viene dritta verso di lei