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fonte: mediasetonline.it
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Quando Bonolis non ride
All'inizio, sembrava uno come tanti. La televisione è fatta così. Ci sono moltissimi "uno come tanti" e poi, di colpo, uno diventa "lui": proprio lui. Alla gente piace. Cambiano canale per vederlo. Lo seguono come una truppa fedele. I pubblicitari si genuflettono. I miliardi piovono. Lui è diventato un prodotto e vale molto. Tutto quello che fa in televisione genera un flusso ininterrotto di denaro.
Paolo Bonolis l'ho invitato a "Uomini" quando era ancora un bravo presentatore, ma non la macchina da soldi che è adesso. Con lui c'era Flick, che allora era avvocato e basta e dopo circa sei mesi sarebbe diventato ministro della Giustizia, e c'erano Franco Zeffirelli e Bruno Vespa. Bonolis era quello giovane, il ragazzino; quello che doveva stare più zitto di tutti. E lui è stato zitto. Per un po'.
Ha ascoltato. Ha fatto qualche osservazione opportuna. E poi è venuto fuori il discorso della paternità, i padri nuovi come sono, come siete voi: le solite cose. E lì Bonolis, il vispo giovanotto dalla battuta agilissima, è diventato vecchio, il più vecchio dei quattro uomini che avevo davanti. Ha detto che si sentiva un padre inadeguato e inutile, che gli schiantava il cuore il modo distante eppure educato e gentile in cui le figlie lo salutavano, durante le sue regolari telefonate oltreoceano. Ha detto che si era sposato troppo giovane, che sposare una donna che proviene da un'altra cultura (sua moglie è americana) richiede uno sforzo indicibile di adesione e di umiltà; ha detto che lui non era stato all'altezza.
Parlava con me, ma per sé: rifletteva.
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